giovedì 26 luglio 2012

Il poeta del giorno: CLEMENTE REBORA

Nato a Milano nel 1885, Clemente Rebora crebbe in un ambiente di intensi affetti familiari e di rigorosa moralità laica e risorgimentale. Si laureò in lettere a Milano con una tesi su Romagnosi, seguì i corsi di filosofia di Piero Martinetti. Collaborò con «La Voce» prezzoliniana. In guerra fu ufficiale di fanteria sugli altopiani di Asiago e Gorizia; uno scoppio di mina compromise il suo già labile sistema nervoso. Tornato a Milano ebbe una crisi religiosa fatta di Bibbia e autori orientali e mistici. Scelse di entrare nella congre gazione dei rosminiani (1931), divenne sacerdote (1936), con il voto segreto di «patire e morire oscuramente, scomparendo polverizzato nell'amore divino». Fece il sacerdote e l'educatore negli istituti rosminiani di Domodossola e Stresa. Nel novembre 1955 i primi sintomi della malattia che lo porteranno alla morte due anni dopo. Morì a Stresa nel 1957.
I suoi Frammenti lirici (1913) ebbero nessun successo, a causa della novità dei contenuti e per la scabra concentrazione del linguaggio. Scrisse un saggio su Leopardi ("Per un Leopardi mal noto", 1910) e traduzioni dal russo (Andreev, Gogol', Tolstoj). Dopo la prima guerra mondiale, prima della conversione, scrisse Canti anonimi (1922). Il volume Canti dell'infermità (1957) raccoglie poesie scritte nel 1947-57 già riunite in piccole sillogi (Il gran grido, Curriculum vitae, Gesù il fedele, Il natale): testimonia la voluttà di dissolvimento, la ricerca spasmodica di una convergenza tra illuminismo razionalistico di cui era imbevuta la sua prima educazione, ansia di attivismo sociale irrealizzabile, e desiderio di segregazione. A ciò si aggiunge la lacerante assunzione della città e della campagna come entità simboleggianti il male e il bene. Anelito alla comunione totale con un dio di misericordia e giustizia, approdo confortante in cui solo è possibile l'elevazione dalla bruta animalità.
Sul piano del linguaggio poetico, l'aritmicità strofica, l'assunzione eccentrica di un lessico composto, sforzato a esprimere concetti inusitati nella tradizione letteraria italica (ad esclusione della concitata scrittura iacoponica) imprimono al messaggio ecumenico di Rebora il ritmo di una meditazione sconvolgente.
Rebora non è confinabile nell'ambito della produzioen poetica di matrice religiosa e cattolica, di cui del resto testimonia la forza e vitalità all'interno della regione italica. Considerato tra i maggiori poeti italiani del Novecento, Rebore è un poeta della contemporaneità, capace di interrogare il mondo e che ci interroga, di gettare un ponte tra visibile e invisibile, tra fisica e metafisica e da questo punto di vista accostabile a Hopkins, Eliot. Un "reborismo" presente anche in altri autori successivi come Pasolini, Luzi, Turoldo. Nella sua ricerca dell'essenziale, opera alla radice e all'origine della parola umana. Biograficamente si chiude, si mura vivo, ma continua a cercare drammaticamente le parole che dicano l'illegibile della realtà.




La mia vita, il mio canto

L'egual vita diversa urge intorno;
cerco e non trovo e m'avvio
nell'incessante suo moto:
a secondarlo par uso o ventura,
ma dentro fa paura.
Perde, chi scruta,
l'irrevocabil presente;
né i melliflui abbandoni
né l'oblioso incanto
dell'ora il ferreo battito concede.
E quando per cingerti lo balzo
-' sirena del tempo -
un morso appéna e una ciocca ho di te:
o non ghermita fuggì, e senza grido
nei pensiero ti uccido
è nell'atto mi annego.
Se a me fusto è l'eterno,
fronda la storia e patria il fiore,
pur vorrei maturar da radice
la mia linfa nel vivido tutto
e con alterno vigore felice
suggere il sole e prodigar il frutto;
vorrei palesasse il mio cuore
nei suo ritmo l'umano destino,
e che voi diveniste - veggente
passione del mondo,
bella gagliarda bontà -
l'aria di chi respira
mentre rinchiuso in sua fatica va.
Qui nasce, qui muore i! Mio canto:
e parrà forse vano
accordo solitario;
ma tu che ascolti, recalo
al tuo bene e al tuo male;
e non ti sarà oscuro.

Certezza del vero

Sciorinati giorni dispersi,
cenci all'aria insaziabile:
prementi ore senza uscita,
fanghiglia d'acqua sorgiva:
torpor d'attimi lascivi
fra lo spirito e il senso;
forsennato voler che a libertà
si lancia e ricade,
inseguita locusta tra sterpi;
e superbo disprezzo
e fatica e rimorso e vano intendere:
e rigirìo sul luogo come carte,
per invilire poi, fuggendoli lezzo,
la verità lontano in pigro scorno;
e ritorno, uguale ritorno
dell'indifferente vita,
mentr'echeggia la via
consueti fragori e nelle corti
s'amplian faccende in conosciute voci,
e bello intorno il mondo, par dileggio
all'inarrivabile gloria
al piacer che non so,
e immemore di me epico armeggio
verso conquiste ch'io non griderò.
- Oh-per l'umano divenir possente
certezza ineluttabile del vero,
ordisci, ordisci dè tuoi fili il panno
che saldamente nel tessuto è storia
e nel disegno eternamente è Dio:
ma così, cieco e ignavo,
tra morte e morte vii ritmo fuggente, anch'io
t'avrò fatto; anch'io.


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